Siamo tutti un po' calabresi

Degustazione mediterranea: Siamo tutti un po' calabresi

Quella sera a cena... mi sono trovato

Scilla ivi alberga, che moleste grida
Di mandar non ristà. La costei voce
Altro non par che un guaiolar perenne
Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce
Mostro, e sino a un dio, che a lei si fesse,
Non mirerebbe in lei senza ribrezzo,
Dodici ha piedi, anteriori tutti,
Sei lunghissimi colli e su ciascuno
Spaventosa una testa, e nelle bocche
Di spessi denti un triplicato giro,
E la morte più amara di ogni dente.

Odissea, XII



Scilla era una meravigliosa ninfa che aveva l'abitudine di passeggiare tra gli scogli di Zancle (attuale Messina), un giorno un dio marino che un tempo era solo un semplice pescatore di nome Glauco se ne innamorò e Circe per gelosia trasformò Scilla in un mostro con sei teste di cane ringhianti. Scilla decise così di nascondersi in un anfratto della costa calabra che si distende verso la Sicilia pronta a spargere terrore tra i naviganti che si arrischiavano di passarle vicino.

Era questa la storia che mi rimbombava nella testa mentre ero sulla prua del traghetto che mi portava verso il continente, 25 anni ed il racconto di Omero batteva ancora tamburo come quando ne avevo 6 in quelle sere d'estate con lo sfregar di gambe di cicale mio padre mi raccontava di una ninfa trasformata in un mostro per un sentimento chiamato “gelosia”.
Questa volta avevo deciso di scendere dal treno e di ritardare il mio viaggio verso Milano per andare a scovare la temibile Scilla. Arrivato a Villa San Giovanni lasciatomi la ferraglia alle spalle mi incammino verso il centro per chiedere quanto dista Scilla e come arrivarci, un fruttivendolo dove compro un grappolo d'uva mi promette che appena chiude bottega mi porta subito nel paese dove ha dimora il mostro del mare, poi scopro che neanche doveva andarci (sti terroni sempre a’ccusì disponibili).
Salutato il fruttivendolo con la garanzia che fossi andato a dormire da amici suoi che avevano un bed e breakfast proprio sul mare, giro la schiena ed ho difronte a me le prime tracce di delicata mescolanza, di compiaciuta contaminazione, ero sotto al castello Ruffo di Scilla, dimora di diversi tiranni come Anassilao e Dionisio che di quella punta avevano ben capito che potevano troneggiare sul ricco Tirreno.
Mi porto alla porta del mio bed e breakfast e gli anziani padroni di casa erano già stati avvisati dal fruttivendolo del mio arrivo, cena imbastita frettolosamente ( secondo il loro dire ) e via di corsa a tavola, davanti a me una zuppiera ampia come un cesto per raccogliere ciliegie.
Guai a servirmi da solo, cucchiai e porcellane devono essere le donne a farle suonare ed il mio piatto viene d'un fiato sommerso da ranfe dalle grosse ventose, patate intingolate di timo e piselli color del verde smeraldo, era chiaro, il pescato era del giorno gli ortaggi coltivati dal padrone di casa.
Presa la forchetta dopo qualche infilzata non mi freno ad infliggere avidamente l'argento nel polpo, era dolce ma non zuccherato, era allegro ma non piccante, era sapuritu ma liggìeru.
Spinto dal succo d'uva bianca fatto in casa domando alla padrona la ricetta, la moglie guarda il marito come se attendesse il benestare ma è la grassa risata di lui che mi porta il tamburo di Scilla nel petto: “ caro mio prima assapura n’anticchia di stu peperoncino”, lacrime a torrenti corrono dai miei occhi, questa solanacea saggiata era come il torrido sole d'agosto sulla mia lingua.
Il padrone di casa paonazzo di allegria mi dice che il peperoncino è l'anima di questa ricetta e l'annuire della moglie ne era conferma.
Sono passati dodici anni da quella volta, la ricetta non mi è mai arrivata, della terribile Scilla neanche l'ombra ma ho scoperto il carattere calabrese.
Gente colonizzata da diversità naturali (il peperoncino così come la patata non sono autoctone ma provengono dalle americhe) ne ha sviluppato identità, civiltà e tradizioni, ha fuso saggezza antica in armoniosa contemporaneità dando esiti di grande valore culturale riconosciuti nel mondo, basti pensare che tra ottocento e novecento i calabresi che emigravano in America venivano ribattezzati “calabrisella” credendo che il peperoncino fosse di origine calabrese, uno scherzo della contraddizione.
La perfetta fusione del peperoncino nella zuppa di polpo, patate e piselli è l'immagine di tutto il nostro mediterraneo, di unire tutto ciò che ci fa visita e di tirarne fuori il meglio. Siamo mediterranei ed anche se questo non si può trascrivere nei nostri geni è nel nostro carattere fare comunanza culturali e farne delle diversità un beneficio ad uso di tutti.
Così come Scilla, la Calabria e tutto il Mediterraneo siamo amanti appassionati del mondo che ci fa visita per ridarne splendore.

I punti maggiormente coinvolti nel Manifesto per una Degustazione Mediterranea in questo articolo: 1 - 6 - 7 - 8 - 9 - 15 - 17 - 18 - 19.